Umberto Bossi

L’opportunismo di Umberto Bossi: nasce autonomista, diventa secessionista , ma poi dà spazio ai postnazisti.

Umberto Bossi e l’antifascismo

Umberto Bossi e la libertà della Padania

Bossi dichiara l’indipendenza

Dal minuto 8:21 in poi

Umberto Bossi e Roma ladrona

La folgorazione del «giovane» Bossi

 

Tratto dal capitolo intitolato “Il primo vagito” de I demoni di Salvini

La Lega non è mai stata un vero partito. Dal suo primo vagito è sempre rimasta il veicolo del suo leader. Per questo la sua storia segue prima quella di Umberto Bossi, poi quella di Matteo Salvini.

L’avventura politica di Bossi comincia – sorpresa, sorpresa – con una bugia. Seppur piccola. Oserei dire, tascabile. Siamo nel 1975 e, in seguito al golpe in Cile contro il presidente socialista Salvador Allende, «l’Umberto», come è noto agli amici, decide di iscriversi al Partito comunista, sezione di Verghera, in provincia di Varese. Accompagna il pagamento della quota di cinquemila lire con la sua prima balla legata alla politica: si dichiara medico. In realtà non è medico. Né lo diventerà mai, nonostante rimanga iscritto alla facoltà di Medicina dell’Università di Pavia fino alla soglia dei quarant’anni.

In quello stesso anno, il 1975, si sposa con Gigliola Guidali, di undici anni più giovane. Va a vivere con lei in un trilocale al piano terra e si mantiene grazie allo stipendio di commessa della moglie e qualche aiuto della madre.

«Umberto mi ha sempre riempito di inganni e di bugie. È un fannullone, caratterialmente incapace di avere un lavoro» dirà Gigliola nel 1994, nell’unica intervista da lei mai concessa, quella al settimanale «Oggi». «A quei tempi sembrava che diventare medico fosse la sua massima aspirazione.» L’aspirazione forse c’era, ma i progressi nelle aule universitarie a Pavia non arrivano. In compenso l’Umberto si diletta su altri fronti. Prima quello dell’elettronica («Aveva imparato a trafficare con i fili, le resistenze e le valvole» ha spiegato la sua ex consorte), poi quello della fotografia («Aveva comprato una Nikon, e non faceva altro che scattare»), quindi della pittura e infine della poesia dialettale.

La sua vera vocazione, quella definitiva, la scopre a quasi trentotto anni, nel 1979, quando nell’atrio dell’Università di Pavia incontra Bruno Salvadori, l’autonomista valdostano che gli parla del diritto all’autodeterminazione dei popoli contro gli Stati centralisti. Folgorato dall’idea, Bossi decide di gettarsi a corpo morto nella battaglia autonomista, investendo ogni sua risorsa. In verità non solo sua. Anche di Gigliola. «Un giorno, andando in banca, scoprii che sul conto corrente non c’era più niente. Aveva preso tutto lui, fino all’ultima lira» ricorderà lei al giornalista di «Oggi».

Sotto la guida di Salvadori, l’Umberto familiarizza con problematiche e teorie su cui, da Altiero Spinelli in avanti, si sono cimentati fior fiore di politologi e pensatori europei. Non ha né gli strumenti accademici né il tempo per andare troppo a fondo, ma è molto sveglio. E ha una grandissima capacità di estrapolare l’essenza «apostolica» di una dottrina, ciò che può attrarre seguaci.

Tramite Salvadori viene a conoscere le idee del francese Guy Héraud, che aveva elaborato la dottrina istituzionale del «federalismo integrale», in risposta a quello che lui considerava un «processo di oppressione» delle minoranze etniche e linguistiche da parte dello Stato centralista. Più volgarmente nota come dottrina delle «Piccole patrie» o dell’«Europa dei popoli», è un’idea che si presta a un’interpretazione tanto libertario-sinistreggiante, come quella data da catalani e scozzesi, quanto di estrema destra, come in voga tra i fiamminghi del Vlaams Blok.

Cosa avesse in mente Bossi me lo spiega Giuseppe Leoni, l’architetto del varesotto che nel 1984 ha fondato con lui la Lega autonomista lombarda, primo nome della Lega, e nel 1987 è stato eletto in Parlamento assieme a quello che da allora diverrà noto come il Senatùr: «Io penso che nella testa di Bossi ci fosse una grande confusione. Parlava di autonomismo, di separatismo, di federalismo. Aveva delle miscele in testa. Andavano bene tutte pur di cambiare il modello che viveva in quel momento lì. Quindi poteva essere separatismo, o autonomismo o federalismo. Era una grande miscela di parole diverse che lo Stato non utilizzava».