Matteo Salvini

Prima fagocita i neofascisti poi si appropria della teoria postnazista della sostituzione dei popoli.

Simone Di Stefano (CasaPound) a Piazza del Popolo (Roma) con Matteo Salvini (l’ex padano)

Dal minuto 3:37 in poi Di Stefano ci spiega perché ha deciso di schierarsi con Salvini e con la Lega.

Salvini e la sostituzione dei popoli 1

Salvini e la sostituzione dei popoli 2

Dal minuto 1:36 in poi Salvini ci assicura che “è in corso una sostituzione di popolo”.

Il comunista padano

Tratto dal capitolo intitolato “Io me ne fotto. A me interessa far carriera” de I demoni di Salvini

Il 26 ottobre 1997 si svolgono le cosiddette «elezioni padane», quelle che avrebbero eletto il Parlamento padano, altra trovata di Bossi.

Ecco come ne ricorda l’origine uno dei suoi protagonisti, Angelo Alessandri, che ha ricoperto la carica di presidente federale della Lega Nord dal 2005 fino al 5 aprile 2012, quando l’ha lasciata a Umberto Bossi: «In una bella serata di fine ’96, dopo la cerimonia del Po, Bossi ebbe l’idea di fare le elezioni padane e mi chiese di costruire un paio di liste. Di inventarmele».

– In che senso?

«Nel Parlamento padano dovevamo avere rappresentato tutto lo spettro istituzionale. Quindi io mi inventai tre o quattro liste da aggiungere a quelle che già c’erano. Ce n’era una di Vito Gnutti, che era liberale; quella dei socialdemocratici di Formentini; una dei libertari. Io me ne inventai un’altra un po’ più spinta sulla Padania e quella dei comunisti padani. Venendo dall’Emilia era anche quasi scontato. Mi pareva carina questa cosa, con la falce e il martello. Anche per vedere chi andava a votare dei comunisti. Quando fu il momento di scegliere chi candidare, a parte i miei, scegliemmo come portavoce questo giovane ragazzo di cui a Milano parlavano tutti bene. Quindi lo misi a capo, tramite Mauro Manfredini, che era uno dei miei di Modena.»

– Lo ha scelto lei?

«No, io ho costruito la scatola dei comunisti padani, poi insieme decidemmo di dare spazio a questo ragazzo di Milano.»

– Con quale criterio lo avete scelto?

«A Milano girava voce che venisse dal Leoncavallo. Fu poi Manfredini a chiamarlo e a coinvolgerlo. Insieme a quello che era il mio autista. Lui accettò e la lista fu costruita.»

Altro mito sfatato: quello del Salvini «comunista padano». La realtà è molto più pedestre: in quella grande fiera delle maschere padane ognuno ha un personaggio da interpretare. A Salvini viene offerta quella del «comunista», e lui, con la disciplina che lo contraddistingue, accetta di buon grado.

 «Io me ne fotto. A me interessa fare carriera»

Le amministrative svoltesi nel 1997 non vanno bene: presentatasi da sola, la Lega ha strappato appena otto consiglieri (rispetto ai trentasei di quattro anni prima). Il Capitano risulta il primo dei non eletti. Ecco come ricorda l’evento in Secondo Matteo:

Una sconfitta dura da digerire. Ma non mi persi d’animo e sfruttai quel periodo di «inattività» per cominciare una nuova avventura che coniugasse le mie due grandi passioni: la politica e il giornalismo.

In realtà a lanciarlo in quella nuova avventura è Bossi, con la più irresistibile delle spintarelle: dall’8 gennaio di quell’anno il capo è direttore editoriale del nuovo quotidiano della Lega, «la Padania», e in quanto tale dà ordine che si assuma quella giovane promessa.

«Mi chiamò il direttore responsabile Gianluca Marchi e mi disse: guarda ti mando questo Salvini» dice Leonardo Facco, all’epoca responsabile della pagina della Lombardia.

Nella sua autobiografia, Salvini glissa sulla questione di come sia entrato nel quotidiano. Dice solo questo: “Un giorno Bossi si presentò con un regalo per me […] si trattava di un manuale su come svolgere al meglio la professione di giornalista. Per la serie: studia e impara”.

«Le notizie scritte da lui riguardavano di solito il consiglio comunale, anche perché era il periodo delle elezioni amministrative» dice Facco. «Si è occupato delle elezioni per un paio di mesi. Ma poi sono state perse ed è passato a fare il commissario politico, andando a gestire la rubrica delle lettere.»

– In che senso commissario politico?

«Nel senso di Mario Appelius.» Facco si riferisce al radio- commentatore fascista che durante la Seconda guerra mondiale, ripetendo il motto «Dio stramaledica gli inglesi!», s’inventava di sana pianta battaglie vittoriose per il Terzo Reich e i suoi alleati italiani.

L’accusa è pesante. Chiedo dunque spiegazioni.

«Alla rubrica delle lettere del giornale fino ad allora c’era stata una militante milanese, [Adele Ferrari], che cominciò a pubblicare anche le prime critiche ai comportamenti di Bossi. È stata epurata. E chi è stato messo a gestire le lettere? Salvini. Perché Salvini censurava qualsiasi lettera che avesse un tono di critica del capo. Questo è Salvini. E questo è a mio giudizio il miglior aneddoto per dare un’idea del personaggio.» […] Facco, che ha scelto di lavorare a «la Padania» convinto che «rappresentasse il giornalismo controcorrente» e tre anni dopo la lascia, «quando mi accorsi cos’era in realtà», ha questo da dire sull’interesse dimostrato da Salvini per il giornalismo: «Io gli davo istruzioni tecniche ma a lui non gliene fregava assolutamente nulla. Il ragazzo era comunque molto sveglio e un giorno gli dissi: “Secondo me tu hai delle capacità, ma devi fare una scelta: decidere se vuoi fare il giornalista o il politico, perché non sono due cose compatibili”. La sua risposta fu emblematica. Mi disse: “A me interessa fare carriera”».

Il dubbio che la testimonianza di Facco sia eccessivamente di parte (avendo lui rotto sia con «la Padania» sia con la Lega) mi conduce a cercare altri colleghi. Ma sull’impegno profuso da Salvini in quella che, oltre a essere la sua unica professione al di fuori della politica, è da lui descritta come una «passione», trovo solo disapprovazione o critiche.

A partire da quelle dell’allora caporedattrice Stefania Piazzo: «Era una meteora che passava la mattina, e dopo aver fatto il suo dovere alla pagina delle lettere andava a fare il politico. Lo si vedeva a volte al sabato ma era per lo più assente. Lui non c’era al giornale. Fondamentalmente è diventato giornalista occupandosi delle lettere de “la Padania”. Avrà pure scritto degli articoli però io, a memoria di donna, non ne ricordo uno. Bastava che facesse la sua pagina. Ma era la scelta della direzione e nessuno si permetteva di dire nulla. Godeva di questa corsia preferenziale: l’importante era che potesse avere il tempo per fare politica».