Mario Borghezio

Dietro alla macchietta folcloristica nota ai più, si nasconde una persona molto più complessa.

Mario Borghezio e Stefano Delle Chiaie

Mario Borghezio e Roma ladrona

Dieci, cento, mille Mario Borghezio

Tratto da capitolo intitolato “Maurizio Murelli, il Sommo Suggeritore” da I demoni di Salvini

Nello stesso periodo in cui era il guru del gruppetto di giovanissimi a Saluzzo, Maurizio Murelli entra in contatto con Mario Borghezio, il più noto tra gli associati italiani del primo movimento postnazista nato in Europa nel dopoguerra, la Jeune Europe del belga Jean Thiriart.

Appassionato lettore e seguace di Evola, che conosce personalmente, Borghezio si unisce alla propaggine italiana del movimento di Thiriart, dove milita dal 1962 al 1964. In seguito si avvicina a Ordine nuovo, organizzazione neofascista alla quale negherà però sempre di aver aderito. Lo nega anche conversando con me al telefono, ammettendo solo di esser stato loro «contiguo, nel senso che mi erano simpatici».

Così, anche al giovane Borghezio, Murelli fa la stessa raccomandazione: «Fui io a suggerirgli di andare nella Lega. Lui si avvicinò prima al gruppo di Gipo Farassino e poi alla Lega» mi dice.

L’imbeccata di Murelli non poteva arrivare a persona meglio predisposta. Borghezio era infatti esperto d’infiltrazione politica. Me lo confessa lui stesso, quando gli domando come mai avesse chiesto l’iscrizione a una loggia massonica torinese, sebbene la Giovane Europa aborrisse la massoneria. «Fu una cosa che venne fatta da alcuni militanti… soprattutto nell’ambito di Ordine nuovo» mi dice provando a minimizzare. Non soddisfatto, chiedo maggiori dettagli. E lui, pur controvoglia, me li fornisce: «Fu una specie di esplorazione degli ambienti avversi. Non solo in quella direzione. Molti lo fecero anche con i partiti… Abbandonata l’attività “diretta”, ci fu in quel periodo un tentativo tra il serio e il faceto di esplorare questi ambienti».

– E per questo successivamente si è iscritto alla Dc?

«No, quello invece fu entrismo.»

– Che vuol dire?

«Entrismo vuol dire che ci fu il… una specie di… come dire…

vogliamo dire… di… di strategia di far penetrare le nostre idee nell’ambiente dei partiti che contavano. Nessuno escluso. Quella fu una cosa seria.»

– Qual era il vostro obiettivo?

«Il nostro obiettivo era… diciamo che noi eravamo giovani… evidentemente qualcuno avrà elaborato questa strategia e noi l’abbiamo…» Borghezio tenta di far cadere il discorso, ma io non glielo concedo, chiedendo ulteriori spiegazioni. «La strategia era quella che le ho detto: era entrismo. Anziché fare la battaglia all’esterno contro i partiti di potere, [la modalità era quella di] entrare nei partiti di potere e cercare di influenzarli dall’interno. O comunque utilizzarli. [Con questa tecnica] alcuni arrivarono ad acquisire posizioni di rilievo. […] Fu un fenomeno abbastanza articolato.» Una di queste articolazioni è quella di cui ci stiamo occupando […]

Come Murelli e i suoi seguaci di «Orion», Borghezio vede nella Lega il «veicolo politico nuovo» in grado di convogliare l’essenza del vecchio che gli sta a cuore. Lo spiegherà così a me: «La mia matrice ideologica era all’epoca, ed è rimasta tuttora, fondamentalmente tradizionalista. Nel segno di Guénon e di Evola. Questo per la parte dottrinaria. Per la parte politica, uno si batte con chi è più vicino alla tua visione».

Borghezio capisce di aver trovato il veicolo giusto nel movimento autonomista: «L’invenzione della Padania è stato un qualche cosa di eccezionale, che coniugava modernità di azione politica – quindi nuove forme di lotta – con l’ancoramento forte alla tradizione e ai valori nei quali io mi sono sempre riconosciuto».

Il suo ancoramento ideologico lo spiega così: «Io ho sempre simpatizzato per i movimenti dell’ultradestra. E posso aggiungere una cosa: non c’è movimento di estrema destra che non mi sia stato simpatico. Compreso il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese».

Ma, come Murelli, Borghezio percorre una strada diversa da quella di Borghese e movimenti simili: «O si sceglie la via del “cavalcare la tigre” [titolo di un bestseller di Evola], quindi di portare la crisi all’estremo. Oppure si cerca di vivificare […] quegli elementi della tradizione che sono nell’identità dei popoli. Io ho scelto questa seconda via».

L’occasione per perseguire quella strada gli viene offerta nella seconda metà degli anni Ottanta dal movimento autonomista, in cui lui sceglie subito di «entrare». Per spingerlo il più possibile nella direzione da lui desiderata. Non mi pare se ne sia mai pentito. Né abbia mai smesso di spingere.